
Operatore: Damiana D'Agostini
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Il Comune di Mereto di Tomba, come previsto dalla legge regionale 15/1996 e dalla legge statale 482/1999, ha istituito lo Sportello per la Lingua Friulana, una realtà già esistente ed operativa in diversi comuni della nostra Regione, e il cui ruolo, nello scenario dell’Amministrazione, è assolutamente indispensabile. Lo Sportello si occupa di garantire la tutela, la diffusione, la promozione e la valorizzazione della lingua friulana, nostra ricchezza culturale, che ci contraddistingue e che caratterizza la tradizione e l’anima del popolo friulano. Esso, inoltre, consente a tutti i cittadini di esprimersi, presso la propria pubblica amministrazione, in friulano e di ricevere, a sua volta, una risposta adeguata nella stessa lingua, sia oralmente, che per iscritto (come previsto dall’art. 9 della legge 482/99). Lo Sportello espleta numerose attività. Esso, infatti, fornisce materiale, sia amministrativo (documenti, atti,…), che di altro genere, redatto in “marilenghe”; si occupa di effettuare traduzioni e correzioni grafiche ed ortografiche, anche e soprattutto su richiesta della stessa cittadinanza e nel rispetto della grafia ufficiale; fornisce informazioni sulle leggi di tutela che regolamentano l’uso della lingua friulana e sulle relative domande di contributo che possono essere presentate; indice concorsi letterari in friulano, in collaborazione con le realtà scolastiche presenti sul nostro territorio, e serate di lettura di racconti, fiabe, poesie od aneddoti in friulano, che sono volti ad avvicinare e a coinvolgere gli adulti ed, in particolare, i bambini; coopera attivamente con la biblioteca civica e con l’ufficio cultura del comune; promuove opere e libri, anche scritti in lingua italiana, che approfondiscono aspetti della vita e della cultura friulane, soprattutto locali; partecipa alle attività svolte dal PIC (Progetto Integrato Cultura), del quale il Comune di Mereto fa parte. La grafia ufficiale utilizzata negli scritti fu elaborata da Xavier Lamuela, incaricato dalla Provincia di Udine nel 1986, e fu adottata dall’ OLF (Osservatori pe Lenghe Furlane), ora ARLeF (Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane). Essa garantisce omogeneità ed uniformità per tutta la Regione negli elaborati per iscritto (di qualunque genere essi siano), senza per questo discriminare o sminuire l’importanza delle varianti locali. In sostanza, si scrive utilizzando la grafia ufficiale, ma si parla nella propria variante. La lingua standard è il risultato derivante, da un lato, dalla koinè letteraria friulana, nata nel Settecento ed ispirata dalle opere di Ermes di Colloredo (1622-1692), e, dall’altro, dal friulano parlato nel Friuli Centrale, seppur in parte modificato ed adattato. Ufficialmente, quindi, sussiste “un’ unica tipologia” di friulano, che, pur presentando delle diversità rispetto a quello parlato, diviene comprensibile ed un punto di riferimento per tutti.
L’uso della lingua friulana presso un’amministrazione pubblica e, nella specie, presso quella comunale, che è la più vicina ai cittadini, permette di garantire la pienezza del diritto di esprimersi liberamente, senza il timore di essere derisi, non compresi o di sentirsi, in qualche modo, in soggezione. Ciò consente, inoltre, di attribuire alla lingua friulana la dignità che di fatto le spetta. Gli stessi cittadini ne rivalutano l’importanza nel constatare che, al pari dell’italiano, viene impiegata in tutti i settori, compreso quello amministrativo. Inoltre, nello stesso rispetto delle disposizioni di cui alla legge 241/90 e dei principi che ne sono il corollario, la “friulanizzazione” dell’amministrazione comunale (come anche di quella regionale e provinciale) rende quest’ultima maggiormente trasparente, semplificata, attenta e vicina alla cittadinanza, assicurandone l’imparzialità ed il buon andamento, come sanciti dall’articolo 97 della Costituzione italiana. Va, inoltre, evidenziato come la stessa Carta fondamentale affermi, all’articolo 6, il diritto ed il dovere di tutelare le minoranze linguistiche presenti nel nostro Paese, nell’ambito della più ampia garanzia del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.). A tali fondamentali riconoscimenti (per altro, da un punto di vista normativo, fino a pochi anni fa, non ancora attuati) si è poi aggiunta la legge regionale 15/1996, a sua volta resa certamente più incisiva dall’emanazione di una legge statale, la 482/1999, e del D.P.R. 345/2001, attuativo della disposizione legislativa. Nella sostanza, cioè, una regolamentazione adottata dalla nostra Regione (che, ricordiamo, è una regione a statuto speciale, quindi dispone di poteri ed autonomia maggiori rispetto a quelli delle regioni cosiddette ordinarie) che prevede la necessità di tutelare tutti coloro che, nel nostro territorio, parlano lingue diverse dall’italiano (in Friuli, accanto al friulano che rappresenta la minoranza prevalente, troviamo anche il tedesco e lo sloveno) ha trovato un corrispondente riconoscimento anche a livello statale, che ne ha certamente evidenziato l’importanza, applicando, in tal modo, lo stesso articolo 6 della Costituzione. L’affermazione di una minoranza linguistica, circoscritta ad un determinato territorio e parlata da un numero contenuto di persone, non è certo da considerarsi come una inutile pretesa da parte di pochi cittadini. Essa costituisce un diritto, costituzionalmente garantito e ora riconosciuto dalla legge, un valore che contraddistingue chi ne è titolare. In Italia sono diverse le minoranze linguistiche parlate da secoli (l’art. 2 della legge 482 le elenca puntualmente) e che sono radicate nella cultura, nella tradizione e nella stessa essenza di coloro che ne fanno uso. Perciò, attribuire ad esse un ruolo anche in ambiti “ufficiali”, in cui solitamente è l’italiano il veicolo di comunicazione, conferisce loro una maggiore considerazione. Ciò oggi assume ulteriore rilievo, poiché, purtroppo, le nuove generazioni sempre più spesso non parlano la propria minoranza linguistica e, talvolta, a malapena la comprendono se il loro interlocutore ne fa uso. Si tratta di una situazione preoccupante e la legge 482 (e per il Friuli, prima ancora, la legge regionale 15), pur essendo stata varata diversi anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, cerca di sensibilizzare i cittadini, ed i giovani in particolare, a questa tematica, proprio prevedendo l’applicazione della lingua presso le amministrazioni, nelle scuole e nella comunicazione radiotelevisiva. Nella nostra Regione, purtroppo, si è diffusa un’errata e fuorviante concezione del friulano. Esso è considerato un retaggio del passato, un passato fatto di povertà, di agricoltura, di fatica, di emigrazione, di arretratezza. Si è avvertita, perciò, la necessità di rompere con questo trascorso ingombrante e di iniziare a parlare in italiano o, quanto meno, di insegnarlo ai propri figli (creando, nel contempo, notevoli difficoltà nei bambini, poiché spesso gli stessi genitori non parlano correttamente la lingua italiana). Siamo stati investiti da una campagna distorta, per cui insegnare la lingua friulana significa creare maggiori difficoltà di apprendimento nei bambini, emarginarli o, addirittura, impedire la loro crescita culturale e la relativa “italianizzazione”. Niente di più errato. I bambini, sin dalla tenera età, dispongono di una notevole capacità memonica e di apprendimento. Diversi e validi studi scientifici hanno dimostrato che un bimbo che conosce due lingue ne impara con estrema facilità una terza. Inoltre, il friulano rappresenta la nostra identità ed impedire alle nuove generazioni di venirne a contatto, anche all’interno della stessa famiglia, crea un danno irreparabile. Una lingua che viene disprezzata o che, peggio, scompare non è mai un fatto positivo. È l’amara consapevolezza della negazione del proprio essere. È la perdita di una parte importante della propria storia. Oggi si parla molto di integrazione, di rispettare ed accogliere le diversità culturali, linguistiche e religiose che stanno creando un vero e proprio mosaico nel nostro Paese, ma i presupposti non ci sono se neghiamo innanzitutto le differenze radicate nella nostra storia e che , piaccia o non piaccia, ci appartengono. Impariamo a tutelare, a preservare e a diffondere il friulano; poi potremo, eventualmente, garantire alle altre culture di coesistere a fianco della nostra. In molti stati europei, come la Spagna, la Gran Bretagna, la Francia, etc., esistono, da secoli, minoranze linguistiche che vengono parlate e che, oltre a trovare una adeguata regolamentazione normativa, arricchiscono lo stesso paese. In Galles ed in Catalogna, ad esempio (ma non solo), la lingua locale è divenuta importante anche in ambito economico. In questi Paesi, molti soldi vengono investiti per la lingua minoritaria (molti più che in Friuli, dove comunque c’è chi asserisce che se ne spendano troppi per il friulano!), accrescendo, in tal modo, il livello e la possibilità di occupazione in diversi settori correlati, come quello turistico, agrituristico, enogastronomico, culturale, pubblicitario, letterario, musicale e televisivo. Infine, relativamente al riconoscimento delle minoranze linguistiche, va ricordato che, nel 1992 gli stati membri del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale, che non va assolutamente confusa con il Consiglio Europeo, preposta alla promozione della democrazia, dei diritti dell’uomo, dell’identità culturale europea e della risoluzione dei problemi sociali in Europa) hanno sottoscritto la Carta Europea per le lingue regionali e minoritarie. Si tratta di un documento che afferma ulteriormente la fondamentale importanza di tali lingue, in quanto elementi integranti dell’ identità europea e della storia di tutti i nostri paesi.
Il friulano è una lingua neolatina retoromanza, conosciuta anche come lingua ladina orientale, in quanto presenta vari aspetti in comune con il ladino (sia dolomitico, che del Cantone dei Grigioni), ma si è sviluppato in modo diverso rispetto ad esso, soprattutto a causa dell’influenza esercitata dalle lingue parlate nei territori limitrofi, come il tedesco, lo sloveno, l’italiano ed il dialetto veneto. Probabilmente durante il periodo di tempo che va dal VI al X secolo d.C., si assistette alla trasformazione dal latino al friulano, come accadde anche per tutte le altre lingue romanze. Ciò è testimoniato anche da San Girolamo che, nel suo libro “Liber de viris illustribus”, racconta che il vescovo di Aquileia Fortunaziano, per essere meglio compreso dalla popolazione nei suoi sermoni, predicava il Vangelo utilizzando il “rustico locale”, ossia un latino piuttosto diverso rispetto a quello classico. Ma è attorno all’anno Mille che sono attestate le prime vere forme di friulano. Tuttavia, i primi scritti risalgono ai secoli XIV e XV. Nel Trecento, infatti, nasce la poesia “Piruç myo doç inculurit” e nel Quattrocento “Bielo dumlo di valôr”, entrambe opere di genere amoroso. Nel XVII secolo, il nobile e poeta Ermes di Colloredo scrive diverse opere, in cui parla anche della vita quotidiana. Risale sempre a questo secolo anche la Brigata Udinese, costituita da intellettuali della città (tre notai, un pittore, un magistrato, due sacerdoti ed un avvocato, che si attribuirono degli pseudonimi), che scrivevano prevalentemente d’amore, con toni talvolta scherzosi ed ironici. Ma è certamente il 1800 il periodo di massimo splendore letterario, che vede come protagonisti Piero Zorutti (il cui componimento più noto è “Plovisine”) e Caterina Percoto, nota come la “contessa contadina”, che seppe descrivere accuratamente il modo rurale friulano. È della fine del 1800, poi, il primo vocabolario friulano, redatto dall’abate Jacopo Pirona. Nel XX secolo il friulano, in diversi momenti, sembra essere in procinto di scomparire, ma di fatto la lingua viene ancora utilizzata in diverse aree. Grandi personalità e diverse associazioni e movimenti letterari, infatti, ne mantengono vivo il fervore. Basti pensare ad Isaia Ascoli, famoso linguista, che difese fortemente la lingua friulana; a Pier Paolo Pasolini, che scrisse diverse poesie, utilizzando il friulano “di là da la aghe” e fondò la rinomata “Academiuta di lenga furlana” a Casarsa nel 1945; alla scuola appartenente al movimento letterario “Risultive”, che fu creata dal prete Giuseppe Marchetti, che fu anche uno dei fondatori della rivista “La Patrie dal Friûl”. Facevano, poi, parte della “Risultive” scrittori come Dino Virgili, Otmar Muzzolini, Aurelio Cantoni. Dino Virgili, in particolare, adottò la forma del romanzo, scrivendo “L’aghe dapît la cleve”. Riedo Pupo, invece, sviluppò il racconto, mentre Alviero Negro e Aurelio Cantoni si occuparono di teatro. Nel 1949 viene pubblicata la rivista “Il Tesaur”, diretta da G. F. D’Aronco. Nel 1952 nasce la “Scule libare furlane”, su iniziativa di Domenico Zannier. Altri importanti protagonisti della letteratura friulana del secolo scorso e recente sono Leonardo Zanier, Umberto Valentinis, Amedeo Giacomini, Elio Bartolini, Siro Angeli, Gianni Nazzi, Angelo Pittana, il gruppo Sot/Sora di Montereale Valcellina, Carlo Sgorlon e molti altri. Importanti anche gli autori di opere teatrali in friulano, sia adattate, che inventate. Non vanno, poi, dimenticati tutti coloro che si sono sempre battuti per la dignità e l’importanza del Friuli e del friulano. In tal senso, basti citare Padre David Maria Turoldo e Pre Toni Beline.
Nell’età del bronzo (1800-900 a.C. circa), il Friuli fu abitato da popolazioni che, soprattutto nella fascia centrale e, con caratteristiche diverse, anche nella zona carsica, costruirono delle fortificazioni particolari, denominate “castellieri” (uno di questi si trova anche nel territorio del nostro Comune, nella frazione di Savalons; a Tomba, invece, si trova la tumbare o mutare, risalente presumibilmente sempre allo stesso periodo, ossia una collinetta di terra che rappresenta un monumento funerario, attualmente oggetto di diverse campagne di scavo archeologico). La nostra regione fu occupata dai Carni o Gallo Carni, una popolazione celtica, che dominò anche la zona meridionale dell’Austria ed una parte della Slovenia, costituendo la cosiddetta “Carnorum Regio” (derivano, infatti, dai Carni i termini Carinzia, per l’Austria, e Carniola, per la Slovenia). Essi ebbero rapporti economici con diverse popolazioni italiche, come i Venetici, gli Etruschi, gli Umbri ed, inizialmente, gli stessi Romani, ma anche con gli Istri e con i Greci. Le monete appartenenti ai Carni testimoniano le più antiche tracce di scrittura in Friuli. Nel 186 a.C., i Romani giunsero in Friuli e, dopo lunghe e dure battaglie, conquistarono il territorio e, nel 181, fondarono Aquileia, che divenne un importante porto e centro commerciale, economico, culturale e religioso. Aquileia fu dichiarata colonia latina ed, in quanto tale, essa godeva di ampi diritti e riconoscimenti. Tutto il territorio friulano fu ricompreso nella regione “Venetia et Histria”. Di lì a poco, sorsero altre città importanti, come Iulium Carnicum (Zuglio), Forum Iulii (Cividale), Tergeste (Trieste), Iulia Concordia (Concordia Sagittaria), Opitergium (Oderzo). Il Friuli fu un territorio fiorente, ma essendo la porta est dell’impero, molto spesso fu teatro di scorrerie, guerre, invasioni e devastazioni. Questo soprattutto nel periodo di decadenza della potenza romana, quando le invasioni delle popolazioni barbariche, desiderose di nuove conquiste e certamente attratte dalle ricchezze dell’impero, divennero sempre più frequenti. Il V secolo vide sopraggiungere i Visigoti di Alarico (410 d. C.), gli Unni di Attila (452 d. C.) ed i Goti di Teodorico (489 d. C.). Nel 568 giunsero in Friuli i Longobardi, guidati da Alboino, ove vi costituirono il loro primo ducato e Cividale ne divenne la capitale. È proprio in questo periodo che Forum Iulii (Cividale, appunto) veniva menzionata per indicare tutto il territorio friulano dei Longobardi e così il nome fu attribuito all’intera regione, divenendo Friuli (la capitale longobarda fu poi chiamata dai Franchi “civitas austriae”, ossia “città della regione orientale”, da cui Cividale). Il dominio longobardo fu caratterizzato dal fiorire dell’economia, della cultura, dell’arte, dell’architettura e dell’oreficeria. Ne sono un esempio il Tempietto longobardo, l’ara di Ratchis, il battistero di Callisto, l’Ipogeo e le famose croci d’oro longobarde. Nel 774, però, i Franchi conquistarono il territorio. Carlo Magno, infatti, chiamato in aiuto dal Papa, sconfisse i Longobardi. Dal 899 al 952, il Friuli fu più volte invaso dagli Ungari, che devastarono, spopolarono e coprirono di rovine la marca friulana. Il Friuli si affacciò, perciò, alla storia sin da subito, talvolta da protagonista, altre volte, purtroppo, da vittima. Ma fu certamente il 3 aprile del 1077 che segnò il periodo più importante per la storia della nostra regione. Enrico IV, infatti, concesse al patriarca aquileiese Sigeardo l’investitura feudale. Questo fu l’atto di nascita dello Stato Patriarcale. Fu il primo stato in Europa ad avere un Parlamento (e purtroppo i libri di storia non menzionano questo importante nostro primato, asserendo che quello inglese sia stato il primo parlamento europeo). L’autonomia del Patriarcato, tuttavia, perdurò sino al 1420, anno in cui fu conquistato dalla Repubblica di Venezia. Il Friuli mantenne una relativa indipendenza, ma dovette sottostare alle leggi veneziane, fino al 1797, allorché Napoleone Bonaparte lo cedette all’Austria. Nel 1866, la parte occidentale della nostra regione entrò a far parte del neonato Regno d’Italia. La parte orientale, invece, divenne italiana solo nel 1918, al termine della Prima Guerra Mondiale. La fine della Grande Guerra, la crisi economica, il ventennio fascista, l’emigrazione pre e post bellica (una delle pagine certamente più tristi della nostra storia), lo scoppio del secondo conflitto mondiale, le lotte della Resistenza provarono terribilmente anche il Friuli. Nel 1963, con una legge costituzionale, il Friuli Venezia Giulia fu dichiarato Regione a statuto speciale e ciò in ragione della sua posizione geografica, delle peculiarità linguistiche e culturali che lo caratterizzano e delle problematiche derivanti dalla sua composizione. Il 6 maggio del 1976 una terribile scossa di terremoto (l’Orcolat) colpì il Friuli, devastandolo ed uccidendo più di mille persone. Questo fatto orribile, tuttavia, segnò una svolta importante nello sviluppo della società e dell’economia friulane. Emersero, in questa circostanza, il carattere e la caparbietà dei friulani, che, con il motto “Nô o fasìn bessôi”, ricostruirono e ricominciarono senza attendere l’aiuto di nessuno (che comunque giunse, sia dall’interno dello stato, che dall’esterno). In poco tempo il Friuli ed il suo popolo si rialzarono in piedi, più fieri e rafforzati di prima. A noi oggi il dovere di mantenere vivo ed accrescere questo orgoglio, soprattutto salvaguardando e promuovendo la cultura, l’identità e la lingua friulane.
Mereto di Tomba è uno dei comuni del Medio Friuli, che si trova nell’alta pianura friulana. Esso è costituito da sei frazioni, la cui toponomastica, oltre ad attestarne le origini antiche, cela delle interessanti curiosità. Il nome di Mereto deriva dal latino “Melaretum o Meleretum”, ossia “luogo in cui si coltivano le mele”. Da ciò si evince che anticamente nel territorio di Mereto veniva praticata questa importante coltura. Questa denominazione appare fin dal secolo XV. Successivamente, Mereto viene definito “Meleretum prope tumbam o apud tumulum, Mereti ad tumba, Mereti tumbae”, in tal modo, correlandolo alla vicina Tumbare o Mutare, l’antica tomba preistorica, coeva dei castellieri presenti in molte zone del Friuli (compreso quello di Mereto). Sorto originariamente su un castelliere, in questo abitato si insediarono successivamente i gruppi di legionari e coloni romani che giunsero in Friuli nel 186 a. C. e si dedicarono prevalentemente all’agricoltura. Mereto sorgeva in un punto strategico, in quanto era vicino alla via che collegava Concordia con il Norico. Ciò è attestato anche dal ritrovamento di un sito romano di dimensioni significative, presso Grovis, una località che si trova nel territorio del comune di Basiliano e, per una piccola parte, anche in quello di Mereto, dove probabilmente c’era una “statio” ove poter mangiare, riposare e far abbeverare i cavalli. Con riguardo alle sei frazioni che costituiscono il comune, ossia Castelliere, San Marco, Savalons, Tomba, Pantianicco e Plasencis, anche la loro toponomastica è ricca di riferimenti storici peculiari. Castelliere attesta la presenza della omonima struttura risalente all’Età del Bronzo. Essa presenta la caratteristica forma quadrangolare, con gli angoli arrotondati, costituita da alti terrapieni (ancora visibili), denominati “aggere”, formati da ghiaia, terra, sassi, che circondano l’agglomerato, difendendolo. Esternamente vi era un fossato, anch’esso posto a difesa del villaggio che si trovava all’interno di questa struttura fortificata ed era costituito da capanne. Sull’estremità dell’aggere venivano posti dei pali, per rafforzarne ulteriormente la difendibilità. Strutture simili si trovano, ad esempio, anche a Variano, Gallariano, Udine, Pozzuolo, Cordovado, Sedegliano (quest’ultimo è molto ben conservato). San Marco è l’unico paese del Friuli che porta il nome dell’evangelista. Il culto di San Marco si diffuse tra il XI ed il XIV secolo ad Aquileia e diverse sono le leggende legate a questo fenomeno, che cercano di darne una spiegazione. Alcuni sostengono che l’evangelista si realmente passato da queste parti, per diffondere la Parola di Cristo. Altri, invece, asseriscono che probabilmente furono i rapporti commerciali con Alessandria d’Egitto che favorirono la diffusione del culto del santo, che qui era piuttosto forte. Inoltre, vi è un altro fatto peculiare che va certamente sottolineato, ossia che nel 829 il “De corpus vero beati Marci” fu portato a Venezia, che instaurò così un rapporto duraturo con Alessandria, dalle cui tradizioni ed usi fu certamente influenzata. Una leggenda narra che fu proprio San Pietro ad inviare l’evangelista Marco qui e che la chiesa di Aquileia fu fondata proprio a seguito della sua opera di apostolato. Savalons attesta la presenza di sabbia nella zona. Tomba (come già accennato parlando di Mereto) deriva il proprio toponimo dalla vicina Tumbare, l’antica tomba preistorica sita a sud-est del paese. Si tratta di una collinetta, alta circa 7,50 metri, con una circonferenza di circa 76 metri (dal basso; di 30 metri, invece, dall’alto), attualmente oggetto di una campagna di scavi da parte dell’Università degli Studi di Udine. Sulla sommità è stata rinvenuta un’urna funeraria, con della cenere all’interno. Tuttavia, le ricerche stanno continuando, nella speranza di trovare dei reperti maggiormente significativi. Pantianicco viene per la prima volta citato in uno scritto risalente al 963, “in vico Pantiano”. Esso deriva il suo nome da “praedium pantilicum”, ossia dal colono romano Pantilio, cui il territorio di Pantianicco fu concesso a seguito della centuriazione (questo era il metodo adottato dai Romani per popolare ed amministrare le aree conquistate). Il suffisso successivamente aggiunto al nome del paese, cioè -icco, attesta l’origine in prevalenza celtica dei suoi abitanti (se ci fosse stata una maggiore presenza di romani, il suffisso sarebbe stato –ano o –ana, come per Sedegliano, Beano,ecc.). Il paese viene anche chiamato “Pantianins Signora”, perché una leggenda narra che le donne di Pantianicco, recatesi in pellegrinaggio a Castelmonte, recitavano, lungo la strada, il rosario. Alcuni passanti chiesero loro da dove provenissero e queste, per non perdere il filo e con la cadenza delle litanie che stavano recitando, dissero “…da Pantianins Signora, hora pro nobis”. Da allora il paese viene apostrofato come “Pantianins Signora”. Plasencis deriva dal nome latino “Placentia”, femminile di “Placentius”, che probabilmente era la moglie di questo romano. Tuttavia, alcuni ritenevano che il nome derivasse dal latino “placens”, ossia “che piace”, per cui Plasencis stava ad indicare un “luogo che piace”. Vi è un’altra leggenda, piuttosto fantasiosa, che cerca di spiegarne l’origine, secondo la quale Plasencis deriva del latino “placet”, che significa “sia”. Si narra, infatti, che San Leonardo, cui la chiesa di Plasencis è dedicata, si fosse recato dal re di Francia Clodoveo per ottenere la grazia per dodici carcerati. Il re la concesse, rispondendo “placet”. Per questa ragione, la chiesa del paese è dedicata al santo, raffigurato con le catene in mano. Nel territorio del Comune di Mereto scorre il torrente Corno. Gli Egiziani erano soliti raffigurare i fiumi come fossero delle divinità con le corna di bue. Tale rappresentazione derivava dal fatto che i buoi solcavano le campagne che erano rese fertili e feconde dai fiumi che tracimavano, da cui l’identificazione dei corsi d’acqua con le corna dell’animale. Questa tradizione fu trasmessa ai Greci e, da questi, ai Romani, che chiamavano i fiumi “Cornu” o “Cornus”. Perciò la diffusione del nome “Corno”, piuttosto frequente in Friuli, è contemporanea o, comunque, posteriore alla latinizzazione della nostra Regione. Lo stemma del Comune di Mereto fu definito dal Regio Decreto del 23 aprile del 1940 “Di nero all’antico tumolo tombale d’argento sulla campagna verde”. Infatti, nello sfondo nero primeggia la rappresentazione della tumbare, dipinta d’argento e, sotto di essa, il verde che rappresenta la campagna che caratterizza il nostro territorio.